L’ippica dei giorni nostri è descritta dalla cronaca quotidiana, fatta di calendari di corse, di risultati, di dibattiti sulle prospettive del settore e gli interventi per il suo rilancio. In quest’ultima prospettiva, è quanto mai opportuno guardare alla storia dell’ippica del nostro Paese: non per celebrare il passato (ricchissimo, comunque, di successi sportivi, di eccellenze nell’allevamento, etc.), ma per valorizzare un patrimonio economico e culturale che viene da lontano, dall’alto potenziale, tutt’ora in grado di esprimere valore (e valori).

In questo quadro, inizia da oggi la pubblicazione, con cadenza settimanale, sul sito web di quattro articoli concernenti una breve storia dell’ippica italiana nell’ottocento, nel periodo tra le due guerre mondiali, dal dopoguerra alla fine del secolo scorso per arrivare all’ippica dei giorni nostri.



1 - L’IPPICA ITALIANA NELL’OTTOCENTO

Nel nostro Paese, l’istituzionalizzazione delle corse al trotto e al galoppo è successiva all’Unità d’Italia. Non che prima dell’Unità non ci fossero le gare tra cavalli; anzi, le dispute tra cavalieri e cavalli erano abbastanza comuni: a Bologna già nel 1846 si correvano le corse a “sedioli” (l’antenato dell’odierno sulki); a Milano fin dal 1807 i nobili si lanciavano sfide per le gare al galoppo. I premi non erano medaglie o soldi ma una coccarda, un nastro, una pergamena, un diploma, una bandiera o solo un riconoscimento che portava onore e successo in società. Le corse, ben lontane dall’essere tecnicamente organizzate, erano disputate in campagna, lungo viali cittadini o in rudimentali piste da corsa.

A differenza di altri paesi europei, in Italia si è affermata tardi una cultura ippica: in Inghilterra, ad esempio, le corse erano in voga già nel 1400, grazie anche al buon allevamento di cavalli purosangue (e la stessa famiglia reale era anche la prima a mostrare interesse per le dispute tra cavalieri e cavalli). Non a caso, intorno alla meta del 1700 fu istituito il Jockey Club con compiti di promozione e sviluppo del settore galoppo e vennero realizzati i primi ippodromi (Ascot, Newmarket, Goodwood, York e Doncaster). Anche la Francia seguì l’esempio dell’Inghilterra e già nel 1800 si consolidarono programmi e iniziative per l’allevamento e le corse e la costruzione dei primi ippodromi (Chantilly, Deauville, Longchamp).

Tornando al nostro Paese, l’introduzione dell’ippica nel contesto socioeconomico preunitario e alla “scrittura” della storia ippica si deve in un certo senso alla famiglia reale Savoia. Risale infatti al 1773, documentato in un atto scritto, l’arrivo da Annecy per conto di Vittorio Amedeo II di alcuni cavalli da consegnare al Conte Benso di Cavour, zio del più famoso Camillo, per migliorare la razza di appartenenza, la spagnola. Ancora altri documenti risalenti al 1781 fanno riferimento alle scuderie della Regia Mandria di Chivasso che sarà poi trasferita alla Reggia Reale.

Ippodromo di San Secondo - Torino

Nel primo decennio del 1800 le corse si svolgevano a Torino lungo l’attuale corso Francia, dalla Tesoreria verso Rivoli. Risale invece al 14 luglio 1809 l’emanazione del primo regolamento per una corsa a cavallo da svolgersi il successivo 15 agosto, in occasione del compleanno di Napoleone Bonaparte. E nel 1820, il futuro matrimonio di Sua Altezza Reale Maria Teresa di Savoia, figlia del re Emanuele I e Maria Teresa d’Asburgo, con Carlo Ludovico di Borbone, duca di Lucca, fu festeggiato a Torino con una corsa di cavalli, con premi in denaro, 50 doppie nuove da lire venti e molti metri di nastro di velluto vermiglio, ben 24, al primo classificato!

Ma poiché le corse dei cavalli erano ritenute un vero e proprio esercizio di esibizionismo, spesso le gare torinesi erano abolite e i soldi stanziati per la loro organizzazione erano destinati in beneficenza per il popolo o per il restauro di edifici religiosi.

Torino può vantare, per iniziativa del generale marchese Stanislao Corsero di Pamparato e con l’appoggio del re Carlo Alberto, la nascita nel 1835 della prima società di corse denominata “Società di Corse”, a cui aderì la nobiltà sabauda e più avanti anche il conte Camillo Benso di Cavour.

Successivamente in Toscana si costituì la “Società di San Rossore”. Nel 1855, sempre a Torino, nacque il primo periodico italiano ippico, “Giornale della Società Nazionale delle Corse” e nel 1856 fu istituito il “Premio del Re” per cavalli indigeni. Nel 1860 la Società Torinese lanciò il Derby, la sfida delle sfide tra cavalli, il cui nome fu depositato dalla stessa società. Il primo Derby si disputò a Torino, all’ippodromo di San Secondo e Silvio fu il vincitore, un cavallo purosangue nato nelle scuderie del conte Alessandro di Guarente.


Ippodromo de Gli Amoretti - Torino

Occorre aspettare ancora qualche anno e tra il 1870 e la fine del secolo si posero le basi per l’evoluzione del galoppo: pubblicazione dello Stud Book, il libro genealogico dei purosangue, e istituzione ufficiale del Derby Reale.

Nel 1881 fu fondato il Jockey Club Italiano, con il compito di promuovere l’attività allevatoriale dei purosangue e delle corse al galoppo in piano; successivamente, nel 1892, invece fu istituita la Società degli Steeple Chases d’Italia, per la selezione dei cavalli arabi e l’organizzazione di corse al galoppo in piano e ostacoli. Nel 1884 all’ippodromo delle Capannelle si svolse il primo Derby capitolino; nell’ultimo scorcio del secolo, altre città furono dotate di impianti ippici (Milano, Torino, Pisa, Firenze, Varese, Livorno, Napoli, Grosseto); a Roma venne creata una seconda struttura per le corse (il Parioli), e a Torino nel 1890 fu abbandonato l’ippodromo de Gli Amoretti per passare a Barriera di Orbassano.

Fino all’Unità d’Italia, le corse al trotto non avevano suscitato un particolare interesse: esse erano considerate come eventi sussidiari, da disputare in occasione di feste popolari, senza raccolta di gioco; ciò, in particolare, a differenza di quanto accadeva per le corse al galoppo, in cui le Società di corse si occupavano anche delle scommesse e della distribuzione delle relative vincite.

La situazione cambiò nel 1885, quando l’ex capitano di cavalleria Giuseppe Ballarini propose la costituzione di una “Consociazione Ippica Italiana” e del libro genealogico del trottatore indigeno. Alla sua idea aderirono alcune società che organizzavano corse a Bologna, Modena, Padova, Treviso, Parma, Reggio Emilia, Napoli. A Ballarini si deve anche la compilazione di uno statuto e di un regolamento corse che costituirono le basi per lo sviluppo del settore.

A Padova Vincenzo Stefano Breda, senatore del Regno, trasformò la Consociazione in “Unione Ippica Italiana”, allargandola agli allevatori e ai proprietari di scuderie, istituendo un prelievo del 5% sulle scommesse da destinare alla formazione del montepremi e aprendo a Roma un ufficio che successivamente sarebbe diventato l’ENCAT, l’Ente Nazionale per le Corse al Trotto.

Benché arrivata in ritardo nella competizione ippica, l’Italia deteneva alla fine del 1800 records continentali nelle corse al trotto con Arlecchino, Demone, Aspasia, Conte Rosso.


fonte Uniregov.


Discussione iniziada da drainyou80nella categoria Il Trotto nella data di 05-10-2015 12:39.